Storia di un sogno da
Bagnoli a Bruxelles
Intervista con Vittorio
Silvestrini tratto dal sito
Scienza Esperienza
http://ulisse.sissa.it:80/scienzaEsperienza/intervista/Uesp070330i001

Come
ogni anno, la Commissione
Europea ha assegnato a
Bruxelles i premi Descartes
per la ricerca collaborativa
e per la comunicazione della
scienza. La Città della
Scienza di Napoli, il più
grande science centre in
Italia, ha vinto il premio
per la comunicazione della
scienza. Il “padre
fondatore” di Città della
Scienza, il fisico Vittorio
Silvestrini, ci racconta la
storia del progetto,
sottolineando le sue
origini: la crisi dell'area
industriale di Bagnoli.
La Città della Scienza di Napoli
non è solo un museo e una piattaforma per la
didattica informale, ma un centro di formazione
permanente, un incubatore di impresa, un modello di
sviluppo economico, un progetto con una forte
vocazione locale. Il premio Descartes, che avete
appena ricevuto, è invece specificamente europeo:
come si coniugano questi due aspetti?
Città della Scienza ha una
missione che ha senso soltanto a larga scala.
Bagnoli era un'area industriale che dava lavoro a 15
000 persone, su un territorio grande quanto una
media città italiana che viveva dell'economia
indotta dalle fabbriche. Poi le fabbriche sono state
dismesse, perché erano state calate dall'alto sul
territorio, senza tener conto che la competitività
dei grandi sistemi industriali non può prescindere
dal tenore complessivo delle strutture e delle
infrastrutture, e dal contesto culturale e sociale
in cui sono inseriti.
Allora, che fare? Come
sostituire queste industrie sfruttando le
opportunità offerte da aree molto belle e immerse
nella città? Non esiste un modello di sviluppo
credibile che prescinda dalle attività produttive,
quindi abbiamo voluto pensare non a un progetto
post-industriale, bensì neo-industriale, capace cioè
di ripartire dalle risorse locali: da un lato il
territorio, e dall'altro la capacità di lavoro e i
saperi, le risorse culturali. Era necessario un
progetto che favorisse un'industrializzazione dal
basso, capace di generare competitività sui mercati
internazionali ed essere rispettosa dell'ambiente,
cosa che si può fare trattando poca materia e molto
ingegno. La sfida era dunque costruire un ponte
molto stretto fra la produzione di saperi
scientifici e l'industria, aumentando nel contempo
il tasso di conoscenza diffusa nella società.
E il catalizzatore di tutto
questo processo può essere un museo della scienza?
Sì, a patto che si tratti di un
museo della scienza di nuova generazione,
opportunamente integrato con un centro di alta
formazione e con un incubatore d’impresa: è quello
che abbiamo cercato di fare a Bagnoli. Napoli è un
osservatorio privilegiato per guardare al futuro:
come in tutti i territori di frontiera, le
contraddizioni che poi esploderanno anche altrove si
manifestano precocemente. Il tipo di problema che
Napoli ha vissuto negli anni Ottanta è oggi un
problema a livello europeo. Se l'Europa vuole
mantenere un buon livello di competitività con Stati
Uniti, Giappone e soprattutto con le superpotenze
emergenti in Asia, deve necessariamente essere
leader sul terreno della innovazione del sapere. Il
modello Bagnoli va proprio in questo senso: in un
certo senso è naturale che Città della Scienza trovi
i suoi riconoscimenti a livello Europeo.
Il premio Descartes però è
assegnato per la comunicazione della scienza al
pubblico, non per un nuovo modello economico...
Significa che il concetto di
comunicazione della scienza è stato inteso in
maniera estesa. D'altronde il peso dato a livello
europeo nel settimo programma quadro per la ricerca
scientifica al tema “scienza nella società”, o il
manifesto di Lisbona sulla società della conoscenza,
sono tutti sintomi, tradotti poi in azioni
politiche, che confermano questa tendenza...
E lei si sente in qualche modo
protagonista? Ritiene cioè di avere contribuito a
delineare questa tendenza?
Posso dire di provare grande
soddisfazione. Siamo una piccola cosa, ma sono
personalmente fiero di aver avuto alcune intuizioni
importanti.
Città della scienza è oggi
protagonista in molte iniziative europee e
internazionali su scienza e società: era qualcosa di
progettato fin dall'inizio, o è stata un'esigenza
maturata per far fronte alle inevitabili difficoltà
di un'impresa come la vostra?
Le difficoltà sono state e sono
il nostro pane quotidiano. Per campare possiamo far
conto su un sostegno pubblico stabile molto
limitato: circa un milione di euro all'anno, sui
venti-venticinque del nostro conto economico. Tenga
presente che la Cité des Sciences et de
l'Industrie di Parigi, La villette, che
ha una dimensione di poco superiore, ha un
contributo pubblico di ottanta milioni di euro.
Abbiamo fatto di necessità virtù e siamo diventati
forti in termini di capacità di progetto: è
abbastanza naturale che oggi facciamo parte delle
principali “squadre” europee. Tra l'altro, questa
necessità di finanziarsi attraverso i progetti oggi
è diventata importante anche per tante altre realtà
europee.
In che modo questo premio può
essere utile alla Città della scienza?
Per lavorare
e crescere Città della scienza ha bisogno di un
supporto complessivo: politico, economico,
imprenditoriale. Gli accreditamenti più forti su
questo terreno sono quelli che vengono da lontano:
conto che il premio Descartes aiuti molta Città
della scienza.
E adesso?
Quali progetti per il futuro?
Abbiamo in cantiere due sviluppi
importanti. Stiamo cominciando i lavori per
ristrutturare l'ultimo grande edificio del complesso
di Città della scienza, dove ambienteremo un viaggio
nel corpo umano: una grande struttura espositiva, ma
anche un'attività di supporto alla formazione
permanente del personale sanitario, nonché un centro
di guida e di educazione alla prevenzione delle
malattie per i cittadini. Il secondo sviluppo
riguarda la creazione di un'area in cui vadano a
installarsi le aziende che via via escono dall'incubatore
di impresa.
Per saperne di più:
Pietro Greco, La citta della Scienza. Storia di
un sogno a Bagnoli, Bollati Boringhieri, 2006
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